Si è in apparenza risolta la disputa, sfociata quasi in uno scisma vero e proprio, emersa in gennaio all’interno della Chiesa ortodossa etiopica (Tewahedo) in seguito alla scissione operata a gennaio da tre arcivescovi di etnia oromo che avevano ordinato illegalmente 26 nuovi vescovi senza il consenso del patriarca Abune Mathias e del Santo Sinodo della Chiesa.
La motivazione ufficiale data dai vescovi scissionisti era l’accusa di non rispettare la diversità linguistica e culturale delle diverse componenti presenti nella Chiesa, non sapendosi servire delle lingue locali nelle celebrazioni liturgiche.
Dietro tale motivazione gli analisti vedevano in realtà una ragione di natura politica e che, dietro la facciata della diversità linguistica non rispettata, si celasse l’appoggio all’opposizione e all’Esercito di liberazione oromo (Ola), che lotta per l’indipendenza dell’Oromia.
Le tensioni scoppiate in seguito alla scissione avevano provocato la morte di numerosi fedeli il 4 febbraio, in seguito a un attacco contro una chiesa ortodossa nella città oromo di Shashemane, nel sud del paese, e l’arresto di centinaia di altre persone in diverse località dell’Oromia.
L’accordo è stato raggiunto in un incontro tra i vescovi ‘ribelli’, alti funzionari del governo – tra cui il primo ministro Abiy Ahmed – e alcuni anziani della Chiesa. I vescovi scissionisti hanno scritto una lettera ufficiale di scuse al Santo Sinodo, annullando l’ordinazione dei vescovi da essi compiuta, cosicché questi ultimi perdono i loro titoli recenti, mantenendo quelli che avevano in precedenza.
È stato inoltre raggiunto un consenso per il rafforzamento delle università teologiche della Chiesa, dove l’insegnamento avverrà anche in lingua oromo.